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Messaggio  lelekiss il Lun Mar 25, 2019 7:23 pm

Qualche anno fa Nomisma energia ha calcolato gli effetti del decommissioning sull’economia italiana. Era tornata di attualità la discussione sullo smantellamento delle centrali nucleari in Italia. E quello studio, realizzato dalla società di consulenza energetica per Sogin, la spa pubblica che si occupa di smantellare le centrali nucleari, prevedeva che per ogni milione di euro investito si sarebbero generati sette posti di lavoro nell’indotto. “Il picco era previsto per il 2016-2017”, ricorda Raffaella Di Sipio, vicepresidente dell’Associazione italiana nucleare (Ain). Ma la previsione non si è avverata, perché il piano di smantellamento delle quattro centrali nucleari italiane, a cui i cittadini ha detto no trent’anni fa, procede a rilento.

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Il decommissioning promette lavoro e indotto, che però, fino a quando non sarà deciso il collocamento del deposito nazionale che raccoglierà tutte le scorie radioattive del Belpaese, si è manifestato solo in piccolissima parte.

Per Di Sipio, però, bisogna allargare lo sguardo oltre i confini nazionali per capire quali opportunità economiche possa generare il decommissioning. “Entro il 2050 ben 401 reattori in tutto il mondo saranno avviati allo smantellamento”. Il mercato, quindi, “è globale”. “Per quanto riguarda l’Europa occidentale, i decenni interessati sono quelli che vanno dal 2020 al 2039 e l’intervento riguarda oltre 70 impianti per circa 70 gigawatt”, spiega la numero due di Ain. Poi c’è il fronte orientale, che si muoverà negli stessi anni. Tra Russia, e Paesi dell’ex cintura sovietica, il decommissioning nucleare riguarderà 27 impianti per circa 24 gigawatt. Negli Stati Uniti, invece, si prevede che l’attività scatterà dal 2030 al 2049 e comprenderà 96 centrali, che immettono nella rete 98 gigawatt. “È un mercato mondiale enorme – osserva la Di Sipio, manager dell’energia con un passato in Endesa, Eon Italia e nell’immobiliare Prelios – i cui i ritorni in termini di indotto sono fondamentali per l’economia”.

Il deposito come opportunità per giovani laureati
“Non ci sono solo le attività di cantiere, ma i game changers di questo settore sono robotica e formazione. L’industria nucleare, infatti, non deve essere considerata solo collegata al decommissioning, ma anche alla ricerca”, precisa Di Sipio. Lo stesso deposito nazionale – a detta del progetto – non sarà solamente un cimitero di cemento, con grandi camere isolate e sigillate dove saranno stipati i 75mila metri cubi di rifiuti radioattivi che il nostro Paese si stima produca entro il 2065. A fianco sorgerà anche un polo tecnologico e di ricerca. “Il deposito è una grande infrastruttura civile e ambientale e il polo tecnologico un grande esercizio scientifico, che può farci fare passi avanti nel nucleare. Dobbiamo avere capacità tecnico-scientifica”, incalza il presidente di Ain, Umberto Minopoli. Un centro per cui “le nuove leve sono fondamentali”. Tanto che “alla Decommissioning conference survey del 2015 è stato presentato un sondaggio sugli elementi più importanti per affrontare lo smantellamento nucleare e la prima risposta è stata la necessità di personale qualificato e formato. Questa è un’opportunità per i giovani laureati italiani”, insiste Di Sipio.

In quest’ottica l’Ain ha deciso di promuovere anche in Italia una rete dei giovani che operano nella filiera del nucleare: ricercatori, operatori delle aziende dell’energia e dello smantellamento, specialisti. L’Ain Young Generation è stata presentata il primo dicembre a Pisa. L’obiettivo dell’associazione è riuscire a creare una base di giovani professionisti per affrontare le prossime sfide del nucleare, proprio a partire dal decommissiong.

La demonizzazione delle radiazioni
“Vogliamo riaprire un dialogo sano e costruttivo sul nucleare”. Questo è il primo messaggio dei giovani che si sono riuniti a Pisa e hanno sposato la causa del nucleare. A dirlo Eleonora Lambridis, rappresentante italiana della Young Generation che vede proprio in questo dialogo uno degli obiettivi principali del primo incontro pisano dei giovani (intesi come under 40) dell’Associazione italiana nucleare. “Abbiamo un programma ambizioso – continua Lambridis – parlare non solo ai tecnici ma soprattutto agli italiani per fare capire a tutti che il nucleare non è quello che loro credono”. I partecipanti del convegno dell’Ain, infatti, non citano gli ambientalisti ma non possono che avere una posizione che – a differenza di chi batte bandiera verde – non può che vedere nell’atomo “un’energia più green di quello che si pensa”, continua la rappresentante della Young Generation italiana.

Anche rispetto alle scorie, secondo Lambridis, il quantitativo che ne produce una centrale non è paragonabile alle tonnellate di gas serra emessi ogni secondo da centrali a carbone. Altra grande paura dell’opinione pubblica è la radioattività, “eppure ogni giorno siamo esposti a radiazioni, sugli aerei o negli ospedali, e perfino a tavola visto che alcuni trattamenti con livelli di radiazione aiutano a mantenere i cibi che arrivano nelle nostre case”. Quindi, il percorso comunicativo della Young Generation vuole spiegare agli italiani come sia bene “non demonizzare le radiazione e neppure il nucleare”, chiedendo un atto di fiducia “verso coloro che lavorano in questo settore”.

No alle centrali, sì all’importazione di energia all’atomo
In effetti, l’Italia ha detto no al nucleare trent’anni fa. Eppure il pollice verso al referendum abrogativo ha chiuso la strada alla produzione italiana di energia atomica ma non all’utilizzo dell’energia dell’atomo. “Il 10% dell’energia italiana deriva da impianti nucleari – precisa Foratom, la voce del settore nucleare europeo – e si tratta di energia importata”. Il governo italiano, infatti, nonostante il referendum post Chernobyl, ha sempre adottato una politica di importazione del nucleare, tanto che era stato addirittura messo a bilancio che il 25% dell’energia nazionale italiana fosse garantita dal nucleare prima che il progetto fosse bocciato da un referendum del 2011.

Quel che non si fa in Italia, si fa all’estero
Con lo stop del nucleare nel 1987, e la bocciatura del 2011, l’Italia del settore ha cambiato pelle. L’Associazione italiana nucleare, per esempio, funge da associazione industriale del settore benché rappresenti anche attori scientifici come Enea o le università, come quelle di Genova, Pisa, la Sapienza di Roma e il Politecnico di Milano. “L’università italiana in materia di nucleare è riconosciuta all’estero come centro di eccellenza – continua Eleonora Lambridis, che vive Oltralpe e lavora per una società privata attiva nel nucleare a livello internazionale. E aggiunge: “Spesso mi viene chiesto perché in Italia non abbiamo centrali, pur avendo un programma universitario così valido che infatti ci permette di trovare agilmente sbocchi in Francia o negli Stati Uniti, per esempio”.

Quello che non si fa in Italia si fa all’estero. “Pensiamo alla fusione nucleare”, osserva Minopoli: “Alcune delle nostre aziende sono impegnate nella costruzione del grande impianto a Cadarache”. Siamo nel sud della Francia, a due ore e mezza da Ventimiglia. La struttura in costruzione è figlia del progetto internazionale Iter. Vi lavorano Unione Europea, Cina, Giappone, Stati Uniti, India e Corea del Sud. Il progetto ha l’obiettivo di realizzare un reattore a fusione, in grado di produrre più energia di quanto ne serva per l’innesco e per il sostentamento della struttura. L’obiettivo era di accenderlo nel 2019, ma il programma è stato rivisto al rialzo per costi e in lungo per i tempi e il reattore partirà, se tutto va come da programma, nel 2025. Nella sua lavorazione sono coinvolte circa 500 aziende italiane, con colossi come Ansaldo nucleare, Asg per i superconduttori e la stessa Enea.

“L’Italia, infatti, ha funzioni di leadership nella ricerca dei reattori di quarta generazione”, incalza Minopoli. Nonostante questo, “è l’unico paese del G8 privo di centrali nucleare” precisa il braccio operativo dell’industria nucleare europea Foratom. Quando sono stati chiamati a dire la loro sull’energia dell’atomo gli italiani non hanno avuto dubbi, ma, chiosa Lambridis, “siamo ottimisti se pensiamo al futuro del nucleare in Italia. Tutto potrebbe cambiare se riuscissimo ad aprire una discussione non deviata sull’atomo”.
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Messaggio  lelekiss il Lun Mar 25, 2019 7:29 pm

NEW YORK - La soluzione di nelle prossime settimane cercherà di convincere il Congresso americano a finanziare con miliardi di dollari per il prossimo decennio il suo progetto pilota per la realizzazione di un nuovo tipo di reattore nucleare “più efficiente, ecologico e sicuro”. Gates ha scritto una lettera al Congresso per chiedere un’audizione: “Il nucleare è ideale per combattere il cambiamento climatico perché è la sola fonte di energia ‘carbon-free’. Il problema dei reattori nucleari attuali, come il rischio di incidenti, può essere risolto attraverso l’innovazione”, ha scritto nella lettera ai deputati e ai senatori americani l’ex numero uno di Microsoft.

Nel 2006 l’imprenditore ha fondato e finanziato una startup che ha chiamato TerraPower per la progettazione, la ricerca e il design di nuovi reattori nucleari. La società ha 150 dipendenti ed ha sede a Bellevue, vicino a Seattle, nello stato di Washington.

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Gates ha paragonato la tecnologia per i reattori sulla quale sta lavorando TerraPower a una candela. Nella lettera inviata al Congresso, riportata dal Washington Post, l’imprenditore sostiene che “l’uranio-235 ‘bruciato’ nei reattori convenzionali raffreddati ad acqua, può essere utilizzato per accendere il resto della candela, bruciando l'uranio impoverito-238, che viene trattato come rifiuto”. Questo tipo di nuovo reattore, secondo Gates, dovrebbe essere posizionato nel sottosuolo e vi potrebbe restare una sessantina di anni, senza la necessità di essere rialimentato. Non mancano le critiche alla sua proposta, anche in ambito accademico, a una strada che sarebbe ancora piena di ostacoli, in termini di tecnologia e sicurezza.

Ai parlamentari Gates ha scritto di essere pronto da subito a finanziare il suo progetto per un reattore di nuova generazione con un miliardo di dollari, e propone di raccogliere un altro miliardo di fondi tra capitali privati e finanziamenti federali.

Nel sito di TerraPower, non senza enfasi, è indicata la strada: “Una grande marea solleva tutte le navi. Non possiamo cambiare il sistema energetico mondiale da soli. Abbiamo bisogno di una catena di fornitori dinamica, di una spina dorsale nei laboratori e nelle università degli Stati Uniti, e del sostegno di forti fondazioni negli altri paesi dove abbiamo deciso di svilupparci”.

Il prototipo del reattore di TerraPower è denominato Twr. Secondo i programmi della società dovrebbe essere pronto a metà del 2020. In tempo per partire subito dopo con una campagna commerciale globale.

Gli Stati Uniti nel 2018 hanno approvato delle nuove regole per tutelare le esportazioni di tecnologie americane e limitare la possibilità di società straniere di comprare aziende americane in settori ritenuti strategici o legati alla sicurezza nazionale. Una normativa pensata in chiave anti cinese per difendere l’hi-tech e il made in Usa dallo spionaggio industriale. La legge in questione ha bloccato i piani di TerraPower in Cina per sviluppare il suo reattore nucleare Twr attraverso la partnership con la China National Nuclear Corporation.

Quello di TerraPower non è l’unico tentativo di innovazione nel nucleare civile. Gli Stati Uniti hanno già costruito due nuovi piccoli reattori nei laboratori di ricerca governativi nell’Idaho, il Giappone ha realizzato un piccolo reattore denominato Monju, e la Francia con i due prototipi chiamati Phenix e Superphenix. Ma nessuno ha trovato ancora la soluzione finale e la sicurezza assoluta, con sempre il problema delle scorie radioattive da risolvere.

Negli Stati Uniti, come in tutto il mondo, è ancora vivo il ricordo del disastro di Fukushima nel 2011, così come l’incidente alla centrale americana di Three Mile Island, in Pennsylvania, quarant’anni fa. Un punto di non ritorno per l’industria legata al nucleare civile: dopo Three Mile Island, secondo l’Aiea, ci fu una significativa riduzione nello sviluppo globale di reattori e dell’utilizzo dell’energia nucleare, con una diminuzione degli ordinativi per i nuovi apparati. Negli ultimi tempi molti parlamentari, tra i repubblicani ma anche tra i democratici, si sono riavvicinati al nucleare civile e sostengono gli sforzi per migliorare la tecnologia dei reattori.

Prima di Natale il Congresso ha approvato una legge per finanziare la ricerca sul nucleare civile. E attraverso il Dipartimento dell’energia, ha stanziato 221 milioni $ per lo sviluppo dei reattori di nuova generazione nell’anno fiscale 2019. Negli Stati Uniti sono diverse le start up e le università impegnate in questo settore. TerraPower ha ricevuto 40 milioni con questa legge. Ma ora Gates batte cassa alla ricerca di fondi per la sua società e per il suo sogno di bloccare il riscaldamento globale con le centrali nucleari.

Va ricordato peraltro che l’amministrazione Trump è uscita nel 2017 dall’accordo sul clima di Parigi. Oltre al nucleare sta cercando di rilanciare la ricerca sulle centrali elettriche a carbone. Di recente, inoltre, ha autorizzato le esplorazioni petrolifere nelle aree protette degli Stati Uniti. Mettendo da parte tutta la legislazione approvata durante gli anni della presidenza Obama (si veda articolo).

L’Epa, l’Agenzia per la protezione ambientale Usa ha proposto un piano “per incoraggiare gli investimenti nelle centrali pulite a carbone”, come ha spiegato Andrew Wheeler il direttore dell’Epa, ex lobbista dell’industria del carbone. Gli Stati Uniti sono grandi esportatori di carbone. E decine e decine di centrali a carbone attive soprattutto nei paesi emergenti, grandi consumatori di energia come la Cina, sono molto inquinanti. La nuova tecnologia in arrivo dagli Usa per il carbone, secondo il numero uno dell’Epa, potrebbe aiutare a diminuire le emissioni inquinanti e contribuire a ridurre il riscaldamento globale.
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